giovedì 31 marzo 2011

5 ottobre 2002

Jette pe' se fa 'a croce, e se cecaie 'n uocchio
(Nel farsi la croce si accecò -quando si dice la sfortuna!-)

Il napoletano non si smentisce mai! E’ davvero una lingua ricca di sfumature, ma soprattutto, attraverso le sue massime e modi di dire, lascia trasparire il vero spirito della napoletanità: sagacia, intelligenza, acume, umorismo, esasperazione ma anche capacità di stemperare o ridicolizzare eventi avversi!
E’ il caso del motto odierno la cui incisività ed immediatezza sono tali da avere quasi la sensazione che la scena si stia svolgendo sotto i nostri occhi, divertiti e compassionevoli al tempo stesso! Nella fattispecie, si ricorre a questo modo di dire allorquando si fa riferimento ad una persona particolarmente sfortunata che è in grado di attirare la sventura persino nel farsi il segno della croce.  
Prendo spunto da questo modo di dire per richiamare la vostra attenzione sull'abilità, non comune, dei napoletani di sdrammatizzare e, addirittura, rendere comica anche una situazione particolarmente penosa. Tale propensione, tuttavia, non va interpretata come bieca insensibilità o superficialità, ma, piuttosto, come puro spirito di sopravvivenza, come attitudine a guardare avanti sempre con una punta di ottimismo, nonostante l’inclemenza e la durezza della realtà.
Un equivalente del motto di apertura è un’altra colorita espressione che pure suscita in me tanta ilarità ogni volta che la sento o la leggo, e che suona così: Me pare Pascale passaguai (Mi sembra Pasquale “passaguai”). Non chiedetemi l’origine di questa espressione, ma ha su di me un effetto assolutamente esilarante, non trovate anche voi?
E adesso, torniamo a ciò che tutti aspettate: il fatidico giorno delle nozze!
La data prescelta era il 5 ottobre del 2002, un sabato di un tiepido autunno napoletano. Per me era così naturale sposare Alessandro che avevo vissuto i mesi dei preparativi con grande serenità e rilassatezza. Vi basti sapere che andai a lavoro fino al giorno prima del matrimonio! E poiché il confezionamento della sposa era fatto interamente in casa, non fu neanche necessario alzarsi eccessivamente di buon’ora! Senza considerare che Olivia, la mia testimone nonché truccatrice abitava nel palazzo difronte, e che il mio accompagnatore, Rakesh, abitava al piano di sotto, il che, come vi sarà facile immaginare, ridusse ulteriormente i tempi necessari per i preliminari.
Le nozze erano fissate alle ore 12.00 in pieno centro, presso il duecentesco Castel Nuovo, meglio noto come Maschio Angioino. In realtà, il quartiere di riferimento avrebbe dovuto essere il Vomero, dove Alessandro risiedeva, posto, invece in zona collinare. Tuttavia, poiché la sede vomerese ci era apparsa alquanto squallida ed impersonale, avevamo fatto richiesta di celebrare le nozze presso la sala ben più pittoresca e suggestiva del Maschio Angioino. Il motivo per cui vi sto dando una lezione di toponomastica partenopea vi sarà chiaro in seguito, in quanto quel giorno Napoli, dove è possibile tutto e il contrario di tutto, ci riservò una sorpresa davvero inimmaginabile, che incise non poco sulla tabella di marcia dell’intera cerimonia! Ma un passo alla volta…
Eravamo rimasti ai preparativi della sposa che, come già detto, furono sorprendentemente, rivoluzionariamente (oserei dire!) veloci, al punto che, quando alle nove giunse il fotografo, ero già pettinata, truccata e vestita di tutto punto.
Fatte le foto di rito, non rimaneva altro che mettere insieme le bagattelle (ossia, le carabattole, le cianfrusaglie) e partire alla volta del Castel Nuovo!
Non erano ancora le undici quando Luisa e Rakesh vennero a prelevarmi per accompagnarmi con la loro auto. Mia madre e mia sorella, con gli altri familiari stretti, ci avrebbero seguito a ruota.
Il tempo quel giorno non fu clemente. Pioveva a dirotto e tutti i napoletani sanno che, in circostanze simili, la città va misteriosamente in tilt. E’ come se la pioggia spargesse, insieme ai suoi umori, anche una sorta di polvere stregata capace di immobilizzare inspiegabilmente il traffico, alla stregua di un incantatore di serpenti che ammalia un crotalo.
Ma se l’handicap meteorologico era in buona parte pronosticabile, non ci eravamo, tuttavia, attrezzati per l’imponderabile… una sfera di cristallo avrebbe fatto al caso nostro, poiché solo in questo modo avremmo potuto prevedere che, proprio quella mattina, la città sarebbe stata messa in ginocchio da una oceanica manifestazione di disoccupati, che dalla Stazione Centrale, passando per il Museo Nazionale e, quindi, per Via Roma, sarebbe sfociata a Piazza Municipio. Come mai, vi chiederete, vi propino un’ulteriore lezione di toponomastica? Ma perché il Maschio Angioino (indovinate un po’!) si trova per l’appunto a Piazza Municipio!
Siete curiosi di sapere cosa successe quel 5 di ottobre? Bene, per i dettagli vi rimando al prossimo post!   

1 commento:

  1. luisa l'indiana31 marzo 2011 07:55

    è vero, fu una giornata memorabile e comunque particolare e speciale come tutto quello che ti riguarda. baci.

    RispondiElimina