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venerdì 6 maggio 2011

Brava, brava Mariarosa!

Il difficile sta nel cominciare

Quante volte, spinti da un moto di entusiasmo ed euforia, pensiamo di dare una svolta alla nostra vita, di sperimentare qualcosa di ignoto, di imbarcarci in una nuova avventura? E quante volte diamo effettivamente concretezza a questi propositi? L’esempio classico è quello della dieta che tutte le donne si prefiggono di cominciare lunedì prossimo e che, immancabilmente, viene procrastinata, adducendo le scuse e le giustificazioni più fantasiose.
Eppure, per esperienza personale e, penso, comune a ciascuno di voi, la cosa più difficile, come dice bene l’adagio in apertura, sta nel cominciare. Ogni cambiamento, anche minimo, nella nostra routine quotidiana implica un disagio, in quanto dobbiamo in qualche modo riassestare tutti i nostri meccanismi, soprattutto quelli automatici. Le nostre abitudini, la ripetitività della nostre giornate rappresentano la nostra coperta di Linus, ciò che ci fa sentire sicuri e protetti… ma, io aggiungerei, anche spenti ed apatici, a meno che non siamo davvero grati e soddisfatti della nostra condizione!
Provate, invece, a pensare se nel giro di un mese doveste, ad esempio, trasferirvi con tutta la famiglia, i vostri interessi, il vostro lavoro, in un'altra nazione o, addirittura, in un altro continente, non importa quale sia il motivo di tale spostamento. Come vivreste questa metamorfosi?
Personalmente, e penso che la mia autobiografia ne sia testimonianza, adoro e ricerco il cambiamento! L’emozione che ti dà l’idea di dover affrontare una nuova situazione è impagabile in termini di crescita personale e di superamento dei propri limiti e incertezze. Fuor di dubbio, il cambiamento ci rende più forti e consapevoli di prima, in quanto dobbiamo necessariamente attivarci in maniera propositiva, se non vogliamo che le inusitate circostanze prendano il sopravvento.
Lo smarrimento che molti provano negli inevitabili momenti di transizione della vita è, secondo me, dovuto più all’idea della imponderabilità della trasformazione in atto, che alla trasformazione stessa. Ciò che, dunque, dovremmo allenare è la nostra capacità di lasciarci affascinare dal rinnovamento, vivendolo alla stregua di una primavera in esplosione di fragranze e colori, piuttosto che come la caduta in un baratro di cui non si vede il fondo. Nel momento in cui, dopo mille comprensibili dubbi e ripensamenti, decidiamo di tuffarci in una nuova avventura, il peggio è passato, poiché, che ci piaccia o meno la musica, siamo ormai in ballo!




E adesso, nuovo tassello nel mosaico dell’artista ‘rivoluzionaria’!
Se avete seguito fin qui le mie vicende, avrete, forse, notato come tutto si era progressivamente allineato nella direzione che desideravo: avevamo acquistato una bella casa, ampia e adatta alle esigenze della famiglia, godevo della collaborazione della Tata Perfetta, non ero ancora oppressa dall’impegno del lavoro, vivevo in un paesino immerso nel verde, dotato praticamente di tutti gli uffici pubblici (Sant’Angelo dei Lombardi è addirittura sede di Tribunale) e delle scuole di ogni grado. Mi avevano persino messo a disposizione il centro benessere più strepitoso che si sia mai visto! Cosa potevo chiedere di più? A dire la verità, avrei desiderato solo un’altra piccolissima, trascurabile aggiunta: fermare il tempo! Ebbene, sì! Desideravo l’impossibile, in quanto, man mano che passavano i giorni, percepivo quasi fisicamente che il mio inseguitore (il lavoro in banca) si avvicinava sempre di più, al punto da avvertirne il fiato sul collo. Questa sensazione non mi faceva sentire a mio agio, soprattutto perché costituiva un intralcio al libero movimento del mio spirito. Era come se esso avesse solo l’illusione di poter spaziare come e dove voleva, ma, in realtà, quando osava troppo, c’era un legaccio che gli strattonava il collo e lo riportava con i piedi per terra: “Tu mi appartieni!”, diceva con tono perentorio. E quell’altro si dimenava, nel vano tentativo di liberarsi dalla stretta, ma, ahimè, senza sortire alcun effetto che non fosse quello di sentirsi più prostrato ed avvilito di prima. Ve lo immaginate? Una rivoluzionaria come me ridotta alla stregua di un criceto in gabbia… Qualcosa mi diceva che la situazione non poteva andare avanti così. Anche in questo caso, urgeva trovare una via d’uscita. Occorreva, insomma, essere un po’ la Mariarosa del famoso spot del lievito Bertolini nel Carosello anni 70, la rammentate? Il ritornello recitava: Brava, brava Mariarosa, ogni cosa sai far tu! Qui la vita è sempre rosa solo quando ci sei tu!
Evviva la Vita in Rosa!
   

 Mariarosa e il guerriero tutto nero

mercoledì 27 aprile 2011

Il bruco e la farfalla

Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non quel che trova

E meno male! Se tutti ci limitassimo a fare sempre le medesime cose, sempre nel medesimo ambiente ed interagendo sempre con le medesime persone, il mondo non conoscerebbe alcun tipo di evoluzione, e tutti resteremmo aggrappati alla nostra personale zona di comfort, difendendola con le unghie e con i denti!
Al proverbio odierno, preferisco il suo opposto, Chi non risica non rosica, del resto, già diffusamente commentato in un post passato.
Il bello della vita, al contrario di quanto sostiene il motto odierno, consiste proprio nel prendere il volo, lasciando il nido soffice ed accogliente che ciascuno ha predisposto per soddisfare le proprie esigenze primarie, e spiegare le ali verso l’ignoto, verso la conquista di orizzonti nuovi e di vette più alte, che ci sarebbero rimasti ignoti se non avessimo osato!
E poi, per dirla proprio tutta, la mia intenzione più profonda era quella di prendere spunto dal proverbio di apertura per rendere omaggio, dopo Totò, ad un altro grande della comicità napoletana e, quindi, chiudere in questo modo il cerchio. Sto parlando, carissimi amici, dell’indimenticabile Massimo Troisi, creatore di una vena comica sottile e delicata, autore di film dalle atmosfere sfumate ed evanescenti, eppure così incisive e così impregnate della sua personalità da far quasi dimenticare che egli non sia più tra noi.
La scena che vi propongo è tratta dal suo primo film, Ricomincio da tre, del 1981, nel quale egli esordisce anche come regista e come sceneggiatore. Gli è accanto, quale impareggiabile spalla, il grande Lello Arena, con il quale in passato aveva dato vita al trio cabarettistico La Smorfia, completato dalla figura di Enzo Decaro.
Alla prima selezione, in cui si accenna, per l’appunto, al proverbio odierno, leggermente modificato ma con eguale senso, vorrei affiancarne una seconda, allorquando Gaetano (Massimo Troisi), trasferitosi a Firenze presso sua zia, si reca con l’amico Frankie (Vincent Gentile), un missionario mormone di nazionalità americana, a fare visita alla signora Ida (Laura Nucci) e a suo figlio Robertino (Renato Scarpa), che, nonostante quanto faccia presuppore il nome, ha oltre quarant’anni ed è succube di una mamma oppressiva ed accentratrice.
Godiamoci questi impareggiabili filmati!


 
Chi parte sa da che cosa fugge...


 Robertino


Dopo questa meravigliosa parentesi, torniamo, come di consueto, alle mie vicende! Eravamo fermi alla nascita del terzogenito Diego Maria, avvenuta il 16 luglio del 2007. Circa dieci giorni prima del parto mi ero trasferita a Sant’Angelo dei Lombardi con mio marito ed i bimbi, avvalendomi dell’aiuto della signora Maria, la babysitter napoletana, che mi diede la sua disponibilità per tutto il mese, dopodiché avrebbe fatto rientro a Napoli, dalla sua famiglia.
Visto che era mia ferma intenzione trasferirmi in Irpinia, dovevo, ovviamente, darmi da fare per trovare una sostituta di Maria.
Non essendo del tutto nuova all’ambiente paesano, sparsi la voce tra le mie conoscenze locali e nel giro di una settimana riuscii ad assicurarmi la collaborazione di una ragazza proveniente da un paese vicino.
I cambiamenti furono drastici: improvvisamente mi ritrovavo con un altro bimbo da accudire, in una casa, quella dei miei nonni materni, decisamente troppo piccola per le nostre esigenze, senza il supporto di mio marito che, nonostante mi avesse pienamente sostenuto in questa scelta (e non so quanti, al suo posto, lo avrebbero fatto!), era obbligato per la sua professione a lavorare a Napoli e, dunque, poteva essere con noi solo il fine settimana.
L’unico vantaggio era la presenza di mia madre, anch’essa, tuttavia, limitata ai soli mesi estivi, visto che Nonna Enza era divenuta una cittadina da oltre quarant’anni e ritornava al paesello nativo solo per il breve periodo vacanziero.
Insomma, con assoluta nonchalance, mi ero tuffata in un altra delle mie epiche metamorfosi, sicura che, anche stavolta, dal bruco sarebbe venuta fuori una farfalla!








sabato 26 marzo 2011

Le statue di cera di Madame Tussauds

Chi non risica non rosica

Detto in altre parole, il proverbio odierno è riassumibile nel seguente concetto: chi nella vita non si dà da fare e non rischia, non otterrà mai nulla! Naturalmente, non mi riferisco al giocatore d’azzardo: costui pure rischia, ma lo fa in maniera imponderata, sfidando la sorte incautamente e, talvolta, mettendo a repentaglio la sopravvivenza sua e della propria famiglia.
Quando parlo di rischio, mi riferisco alla propensione al cambiamento che è presente in ciascuno di noi e che è un motore importantissimo per mantenerci sempre vivi ed attivi. Solo chi è disposto a rimettersi in gioco, sfidando, innanzitutto, se stesso, le proprie capacità ed i propri limiti, avrà la possibilità di dipingere il quadro della propria vita con una gamma ampia, anche se non esaustiva, di colori. E, poiché questa possibilità ci è concessa una sola volta, ritengo che sia un vero delitto mortificare la nostra esistenza a livelli mediocri di sopravvivenza, piuttosto che elevarla verso scopi che, a prescindere se siano conseguiti o meno, avranno, comunque, contribuito a farci crescere e migliorare. Perché accontentarsi di una vita in bianco e nero, quando possiamo viverla a colori?
E adesso nuova puntata rivoluzionaria!
La scelta maturata, ossia quella di rimanere a Napoli con Alessandro, mi proiettava rapidamente verso una nuova dimensione: quella di futura sposa! Era la fine di marzo del 2002 e in men che non si dica il 5 di ottobre (la data fissata per le nozze) avrebbe bussato alla mia porta e mi avrebbe chiesto “E allora, a che punto siamo con i preparativi?”
Il tempo a mia disposizione, effettivamente, non era molto, ma non era neanche poco, soprattutto perché avevo in mente un matrimonio tutt’altro che in pompa magna.
La nostra prima decisione fu quella di sposarci solo civilmente e, quindi, il percorso che doveva condurci alle nozze era indubbiamente semplificato ed abbreviato.
Anche la scelta dell’abito non richiese tempi lunghi, in quanto avevo le idee molto chiare su ciò che non volevo: ero seriamente intenzionata a rifuggire dall’abito bianco, poiché proprio non sapevo figurarmi in un tradizionale vestito tutto tulle, trine e ricami!
Così come avevo sempre poco gradito l’idea di farmi acconciare e truccare per l’occasione, in quanto ero sicura che il mio futuro marito avrebbe pensato di avere al suo fianco un’altra donna, che, nella migliore delle ipotesi, gli sarebbe apparsa l’equivalente di una statua di cera del famoso Madame Tussauds di Londra.
Per non parlare delle riprese della cerimonia ad opera di cameramen in giacca e cravatta, che cercano, soprattutto nel momento solenne del “sì”, di rendere pressoché invisibile la loro presenza! L’effetto finale, invece, è esattamente l’opposto, visto che in ogni istante avverti una indefinibile sensazione di imbarazzo, scrutata come sei dall’occhio indagatore della telecamera…
E che dire delle foto? E no, stavolta vi ho gabbati… Quelle furono l’unica componente tradizionale dei matrimoni che accettai di buon grado!
Ma, per maggiori dettagli, vi rimando al prossimo post!

martedì 22 febbraio 2011

Mi butto nella mischia...

A lavà 'a capa 'o ciuccio se perde acqua e sapone
(A lavare la testa all'asino si perde acqua e sapone)

Come al solito, il napoletano è sorprendente nella sua immediatezza e nella sua efficacia: immaginate un asino (in napoletano si traduce ciuccio, termine la cui incisività e carica raffigurativa non può non saltare all’occhio!), recalcitrante e cocciuto, che si impunta a voler fare di testa sua, sordo a qualsiasi comando, perseverante nella sua beata rozzezza… ebbene, perdereste mai il vostro tempo a lavargli la testa, nell’illusione che esso assurga ad un cavallo? La risposta è scontata, e allora chiedetevi perché spesso ci ostiniamo ad impiegare male le nostre energie e il nostro tempo, cercando di migliorare persone che non hanno alcuna volontà di crescere o di allargare le proprie vedute! E’ assolutamente inutile vestire i panni delle crocerossine o dei buoni samaritani quando ciò non ci viene chiesto: rischieremmo solo di raccogliere rifiuti e delusioni e, in ogni caso, il risultato finale non cambierebbe.
La propensione al cambiamento, al rinnovamento non può essere in alcun modo inculcata, soprattutto se si va a calpestare un terreno arido su cui mai nessun seme attecchirà. L’energia in tal senso deve prendere vita dentro di noi: basta anche una sola scintilla, che può essere, poi, proficuamente alimentata con l’aiuto esterno. Tuttavia, se questi presupposti non si creano, è inutile, anzi dannoso, perseverare.
Ma, a questo punto, carissimi lettori, è giunto il momento di ritornare a ciò che tutti attendete con curiosità e trepidazione, ossia le novelle della ormai bancaria per caso…
L’approdo all’agenzia n. 6 costituì un vero e proprio trauma, abituata com’ero ai ritmi lenti e naturali della vita vacanziera senese. La massiccia e costante affluenza di clientela, dall’istante in cui lo sportello apriva al pubblico fino al momento in cui esso chiudeva, mi fece capire fin da subito che quella non sarebbe stata propriamente una passeggiata per Via Caracciolo (per i non napoletani, trattasi del meraviglioso lungomare di Napoli, da cui è possibile rimirare l’omonimo golfo in tutta la sua bellezza)! Più che nella filiale di una banca, mi sembrava di essere stata catapultata in un bazaar arabo, in cui la gente si accalcava, chiacchierava, talvolta litigava coloritamente, scherzava, si annoiava, ma ogni giorno, immancabilmente, fedelmente era sempre là…
Non vi sarà difficile immaginare che, in simili circostanze, dovetti imparare il più velocemente possibile l’arte della sopravvivenza. Nei primi due mesi, bruciai quattro chili e potevo almeno vantarmi di frequentare l’unica palestra della città in cui il praticante viene pagato piuttosto che sborsare mensilmente la quota dell’abbonamento.
Le casse erano quattro, ma normalmente ne venivano aperte solo tre, in quanto l’agenzia era sottodimensionata e mancava, per l’appunto, di un operatore di sportello. Le mie colleghe erano due ragazze toscane: una era taciturna a tal punto che ricordo vagamente il timbro della sua voce, e, comunque, anche quando parlava, lo faceva così sommessamente che, per captare il suo verbo, occorreva a dir poco il cornetto acustico del mio bisnonno! L’altra, invece, era molto sveglia e dotata di una parlantina che compensava la pochezza di parole della sua compagna di banco.
All’inizio annaspavo in quel mare di operazioni e transazioni ancora sconosciute: la mia agitazione, se rappresentata in un grafico, avrebbe avuto esclusivamente un trend in ascesa, con una pendenza che sarebbe stata proibitiva anche per l’Uomo Ragno! A ciò si aggiungeva la freddezza delle mie colleghe di sportello, che non sempre erano inclini ad aiutarmi laddove mi arenavo, vuoi anche per la pressione esercitata dalla clientela in perenne attesa. Fortunatamente, il sostegno mi veniva proprio da chi era l’ultimo dei sospettabili, ovvero il cliente che, dopo aver atteso pazientemente il suo turno, generalmente non si mostrava infastidito dalla mia imperizia, ma, anzi, mi incoraggiava e rassicurava. “Signorì, avimmo aspettato tanto, mo’ nu minuto ‘e cchiù, nu minuto ‘e meno…” (traduco: “Signorina, abbiamo aspettato tanto, per cui un minuto in più, uno in meno…”) era quello che solitamente sentivo dirmi al di là del vetro blindato.
Eppure, non immaginavo che, quando avrei dovuto dirle addio, anche la 6 mi sarebbe mancata!