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giovedì 21 aprile 2011

Benvenuto Diego Maria!

Casa senza femmena, varca senza timone
(Casa senza donna, barca senza timone)

Oggi tiro l’acqua al mio mulino, nel senso che farò un elogio alla casalinga di ieri, di oggi e di domani e del suo ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Badate bene, non sto parlando della centralità della donna, bensì di quella della casalinga.
Ricercando su vari dizionari il significato della parola in questione, vengono fuori le seguenti definizioni:
Donna che si occupa della casa e della famiglia, senza esercitare una professione retribuita
Donna che si dedica esclusivamente alla casa e non svolge altra attività
Eppure, alla voce ‘casa’ leggo:
Luogo che l'uomo costruisce, oppure sceglie o adatta fra quelli che a lui si offrono nell'ambiente naturale, per farne ricovero, stabile o temporaneo, per sé e i suoi, centro della sua vita quotidiana
e, con significato estensivo del termine:
ambiente familiare, famiglia
e, ancora:
stirpe, dinastia, casato
Mettendo assieme i tasselli, i conti non tornano. Non pensate che il significato che illustri dizionari hanno affibbiato al termine ‘casalinga’ sia riduttivo e penalizzante? La donna che si dedica alla casa e alla famiglia viene raffigurata alla stregua di una povera sprovveduta, che si sacrifica giorno dopo giorno per i suoi cari, trascinandosi in ciabatte tra le mura domestiche, senza alcun riconoscimento di tipo economico: insomma una Cenerentola dei tempi moderni!
Ebbene, a quest’immagine che traspare tra le righe, io non ci sto! Se è vero che la casa, in termini materiali, va intesa come luogo adibito a ricovero, è anche vero che, con significato più ampio ma onnicomprensivo, essa rappresenta il fulcro della vita quotidiana della famiglia. Dunque, la casa risponde sicuramente ad un bisogno primario dell’uomo, ossia la ‘tana’ dove rifugiarsi e ristorarsi, ma è, innegabilmente, anche il centro dell’energia e, direi quasi, dell’empatia che agiscono da collante all’interno di una famiglia. Cosa sarebbe essa senza una casa? E cosa sarebbe una casa senza la donna casalinga, intesa nel senso più nobile del termine? Sarebbe simile, come dice bene l’antica saggezza popolare napoletana, ad una barca senza timone.
Dunque, cari i miei cultori di semantica, se volete evitare di risvegliarvi un bel giorno e ritrovarvi alle calcagna un’orda agguerrita di housewives, fareste bene a rivedere in termini più lusinghieri il significato di ‘casalinga’.
E adesso ritorniamo a noi! Dopo Carlo Alberto, io e Alessandro decidemmo che due figli erano troppo pochi (scusate la sgrammaticatura, ma questa dissonanza di parole rende benissimo l’idea!), per cui, anche con una certa velocità, ci portammo a quota tre: un anno ed otto mesi dopo Carlo, vedeva la luce il cadetto Diego Maria. Volete anche in questo caso la spiegazione della scelta del nome? OK, procedo. Diego, per i lettori che mi seguono da poco e che abbiano in arretrato le puntate precedenti, è il nome di mio padre, e, dunque, questo fu il motivo che in primis ci orientò verso quella scelta. In secondo luogo, anche il significato del nome ci convinse: le ipotesi più accreditate ritengono che Diego indichi una persona colta, istruita.
Al nome di mio padre ne volemmo, tuttavia, abbinare un secondo, e la scelta ricadde su Maria, come da lunga tradizione avveniva nella famiglia di Alessandro, dove al primo appellativo di tutti i maschi si accostava, per l’appunto, uno dei nomi più diffuso in Italia ed usato generalmente al femminile. Le origini del nome Maria risalirebbero all’antico Egitto e il suo significato sarebbe, secondo alcuni, ‘amata da Dio’, secondo altri ‘principessa’.
In ebraico, Maria, sulla scorta dell’accezione più autorevole, significherebbe ‘la signora’, dunque la donna per eccellenza. Di conseguenza, penso che anche a Diego Maria, al pari degli altri miei figli, sia toccata una bella sorte: da un lato l’uomo colto, istruito, raziocinante, dall’altro, in fortissima relazione, la parte ‘femminile’, ossia l'anima, la capacità ricettiva, l’intuito e la creatività.
E allora, benvenuto Diego Maria!
Ah! Tanto per rassicurarvi… con i figli mi sono fermata a tre, anche se mi ripeto spesso che non ci sono limiti alla provvidenza!

martedì 19 aprile 2011

Uomo libero splendente di nobiltà

Meglio soli che male accompagnati

Quante volte lo abbiamo ripetuto a noi stessi e quante volte abbiamo indirizzato ad altri queste parole!
Senza ombra di dubbio, il messaggio contenuto nel proverbio di oggi riassume una verità lapalissiana. Se analizzato in maniera più profonda, esso è quasi un’offesa alla nostra intelligenza e al nostro buon senso: è logico che sia meglio bastare a se stessi piuttosto che accompagnarsi a persone che non ci sono di alcun supporto o che, addirittura, ci arrecano danno. Tuttavia, nonostante l’evidenza incontestabile di questo principio, sistematicamente lo disattendiamo. La scarsa fiducia nelle nostre potenzialità o la mancanza di stima verso noi stessi ci spingono sovente a trovare conferme e consensi dagli altri, dalle persone che ci sono affettivamente vicine, dai colleghi di lavoro, dai soggetti con cui, per vari motivi, ci relazioniamo. Purtroppo, questo universo di individui non sempre è all’altezza di farci da guida o da esempio e, di conseguenza, tanto per rimanere in tema di proverbi, accade che, alla fine, Chi va con lo zoppo impara a zoppicare!
Qual è, dunque, la morale della storia? Personalmente, ritengo che ciascuno di noi debba avere il coraggio di guardarsi dentro e fuori senza veli e senza filtri, per riconoscere innanzitutto i propri limiti. Il bello, però, è che la storia in questione non finisce qui, anzi qui trova il suo inizio. Essere consapevoli delle proprie lacune è il primo passo verso un percorso, indubbiamente non semplice, di miglioramento personale, alla fine del quale ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di bastare a se stesso. Con ciò non voglio sottintendere che dovremmo votarci tutti alla vita da eremiti. Al contrario, ritengo che la persona capace di raggiungere un tale equilibrio sia quella veramente in grado, più di ogni altra, di intrecciare con il mondo che la circonda relazioni paritarie, piuttosto che morbose o di dipendenza. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati ed accettati, ma la prima persona da cui dobbiamo esigere questo trattamento siamo noi stessi. Nel momento in cui diventiamo padroni dell'autostima e della fiducia nelle nostre capacità, tutto il resto viene da solo…
E adesso siete pronti a darmi la mano per percorrere insieme a me un altro piccolo pezzetto della mia vita?
Ebbene, vi avevo lasciato al cambio di casa, avvenuto nel maggio del 2004, casa che, a distanza di poco più di un anno, nel novembre del 2005, avrebbe visto l’arrivo del mio secondogenito, Carlo Alberto.
La scelta del nome fu lunga e laboriosa e, sebbene non sia molto incline ai nomi composti, questo mi convinse subito, e per due motivi: innanzitutto perché è inusuale e, in secondo luogo, per il suo significato. Carlo, difatti, vuol dire ‘uomo libero’, mentre Alberto vuol dire ‘splendente di nobiltà’. Dunque, uomo libero splendente di nobiltà. E se, come credo, nel nome è racchiuso il nostro destino, allora il piccolo CA è, come si suol dire, a cavallo!
Del resto, a pensarci bene, anche il mio nome rispecchia la mia personalità: Silvana vuol dire ‘abitante della selva, del bosco’ e, non a caso, mio marito Alessandro, che mi conosce molto bene, è solito prendermi in giro, dicendo ai miei bimbi: “Lasciate stare mamma! Lo sapete che è un poco foresta, no?”, intendendo con questo termine, suppongo di produzione propria, che la sottoscritta è un po’ selvaggia, non addomesticata! sarà…
Ritornando a noi, l’arrivo del piccolo Carlo Alberto mi aprì ulteriormente la mente e gli occhi sulla difficoltà di conciliare un lavoro come il mio (da bancaria, se lo aveste dimenticato!) con la famiglia. Le dodici fatiche di Ercole, a confronto della mia giornata tipo, erano paragonabili ad una gita di educande…

lunedì 18 aprile 2011

Aurora e lo slalom gigante

'O napulitane se fa sicco, ma nun more
(Il napoletano deperisce, ma non muore)

Chi non conosce la proverbiale capacità del napoletano di adattarsi a qualsiasi situazione e di escogitare sempre qualche stratagemma per sbarcare il lunario? Questa prerogativa gli è propria da tempi immemorabili e ha fatto sì che l’ingegnosità tipicamente partenopea gli permettesse di sopravvivere anche in tempi estremamente difficili, come, ad esempio, il Dopoguerra.
A Napoli, ancora oggi, allo scopo di tirare avanti la baracca, è possibile assistere a geniali ed industriosi espedienti, talvolta al limite della legalità, e che suscitano, soprattutto nello spettatore forestiero, un misto tra stupore, ammirazione e biasimo. La fenomenologia dell’arte dell’arrangiarsi è tipica, in special modo, dei cosiddetti quartieri spagnoli, ossia la parte della città a ridosso della centralissima Via Toledo, realizzati nel XVI secolo allo scopo di accogliere le truppe spagnole a Napoli, per volere del Viceré Pedro Alvarez de Toledo (da cui il nome della famosa, testé citata, strada napoletana, poi ribattezzata, in maniera molto meno fantasiosa e folcloristica, Via Roma).
A proposito dell’inventiva partenopea, ricordo, per esempio, quando divenne obbligatorio l’uso della cintura di sicurezza. Ovviamente, per il napoletano, soprattutto se verace, quella imposizione risultava particolarmente impegnativa: metti, leva, leva, metti… troppa fatica! E allora cosa escogitarono questi ineguagliabili geni dell’escamotage? Ovvio, la T-shirt con la cintura di sicurezza stampigliata in bella mostra sul davanti, che, indossata dall’indolente automobilista, avrebbe tratto in inganno anche il più solerte dei vigili urbani.
E guardate un po’, in tempi a noi più lontani, cosa si inventa Totò in Miseria e nobiltà  per assicurarsi un paio di pizze al giorno con cui sfamare se stesso e suo figlio, anche se talvolta incappa in qualcuno più morto di fame di lui… 




Ma adesso ritorniamo alle mie vicende! La maternità mi aveva messo di fronte ad una verità incontrovertibile, almeno per me: fare bene la mamma e lavorare con scrupolo e coscienza sono due cose che non vanno a braccetto! E, se al momento riuscivo a gestire in maniera decente, ma con molto affanno, la famiglia e il lavoro, era solo perché mi avvalevo della collaborazione di una baby-sitter a cui, dal terzo mese di vita, avevo dovuto affidare Aurora.
A tutto ciò si aggiungeva l’insufficienza del mio appartamentino, adatto al massimo ad ospitare una coppia priva di qualsiasi tipo di hobby. Ovviamente, noi non rientravamo neanche lontanamente nella suddetta casistica, innanzitutto per la presenza della nuova arrivata e dei relativi annessi e connessi (vedi cullina, carrozzina, fasciatoio, solo per citare gli elementi più vistosi) e, in secondo luogo, per gli innumerevoli interessi di mio marito che non perdeva occasione per depositare di tutto e di più nel già martoriato bilocale, partendo da libri e riviste di vario genere per arrivare agli attrezzi più impensabili, volti ad alimentare un futuribile e quanto mai improbabile bricolage.
Urgeva, pertanto, trovare una nuova sistemazione, soprattutto in vista del fatto che la piccina nel giro di un anno avrebbe camminato e, indubbiamente, chiederle di cimentarsi sin da subito in uno slalom gigante tra gli svariati ostacoli della microcasa era un po’ esagerato…
Queste considerazioni ed innumerevoli altre ci spinsero alla ricerca di un appartamento consono alle nostre mutate esigenze.
Aurora aveva poco più di diciotto mesi quando lasciammo la piccola dimora per trasferirci in un appartamento di quattro vani più accessori. In realtà, anche la nuova sistemazione avrebbe avuto vita breve, in quanto nel giro di qualche anno, avremmo cambiato casa ancora una volta!

venerdì 15 aprile 2011

Una nuova Aurora!

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

C’è poco da fare: i detti non sbagliano mai! Non che uno voglia essere classista a tutti i costi, ma indubbiamente le persone che siamo soliti frequentare sono per certi versi lo specchio del nostro modo di agire, di pensare, di parlare, insomma della nostra vera personalità! A confermare la fondatezza del motto odierno, si dice anche che Si piglia chi si somiglia…
Quali sono le mie riflessioni in proposito? Beh, a costo di attirarmi l’antipatia e il dissenso di molti, mi sento di affermare con cognizione di causa che il volemose bene a tutti i costi, il concetto dell’essere tutti amici, tutti fratelli sono una delle tante manipolazioni nazionalpopolari, uno dei tanti luoghi comuni continuamente propinati dai mass media, di cui tutti si riempiono la bocca, ma che, nei fatti, tutti son ben lungi dal praticare.
La verità indiscutibile è che ciascuno di noi sceglie il proprio simile, e ci mancherebbe altro! Non siamo tutti uguali, e su questo nulla da ridire, anzi deve essere così. La diversità è una grande risorsa: se fossimo tutti Rockefeller, chi farebbe l’impiegato o l’operaio? Così come, se fossimo tutti lavoratori dipendenti, chi ci darebbe lavoro?
Ciò che proprio non condivido e che ritengo sia una violazione della libertà personale è l’imposizione di frequentazioni con le quali non si condivide alcuna affinità, nel nome di una fratellanza cosmica a cui nessuno crede.
Badate bene, ciò non ha nulla a che fare con la solidarietà verso i bisognosi o con l’apertura verso la multiculturalità. Qui si disserta sulle persone che scegliamo di frequentare e con le quali, inevitabilmente, dobbiamo avere qualche punto di contatto, qualche condivisione di interessi, qualche compatibilità intellettiva o spirituale. Perché, anche in questo, non siamo tutti uguali…
Giusto per stemperare un po’ le polemiche che queste riflessioni possono sollevare, vi propongo uno spezzone tratto dal film Il mistero di Bellavista di Luciano De Crescenzo, relativo al valore intrinseco della spazzatura, e che si conclude con un pensiero poetico di Luigino, il vate del condominio! Vi renderete conto che esso contiene una simpatica analogia con il proverbio di oggi!




Per ritornare alle mie vicende autobiografiche, vi avevo lasciati alla notizia della mia futura maternità. In effetti, ci avevo messo un po’ di tempo a decidermi per il grande passo, il matrimonio, ma, da lì, bruciai tutte le tappe! Non avevamo ancora festeggiato il primo anniversario di nozze che c’era già una bellissima bimba a farci compagnia: l’Aurora di tutti i miei giorni, nata a fine settembre del 2003.
Anche la mia gravidanza, come tutta la mia vita, non volle smentirsi e fu assolutamente controcorrente! Sin dai primi mesi, tutti mi consigliavano di stare a riposo, di non affaticarmi, come se la cosa più naturale del mondo fosse una malattia invalidante. Io, tuttavia, mi sentivo benissimo, al punto che, fino al giorno prima del lieto evento, svolgevo normalmente, anche se con un po’ di affanno, tutte le faccende domestiche.
Ma la vera rivoluzione fu la scelta dell’ospedale dove appoggiarmi per il parto, scelta che modificai meno di un mese prima della nascita di Aurora. Tutte le mamme possono confermare che con il ginecologo si instaura un rapporto di fiducia molto particolare, vista la circostanza altrettanto delicata, soprattutto dal punto di vista psicologico, in cui è richiesto il suo intervento. Il medico che segue una partoriente con una normale gravidanza deve essere innanzitutto uno psicologo e poi un dottore: con lui la futura mamma instaura un legame molto forte e in lui spesso cerca le risposte ai suoi dubbi e alle sue paure. Il mio ginecologo era, naturalmente, di Napoli e, per i motivi su esposti, era logico aspettarsi che sarebbe stato lui ad assistermi nel parto.
E, invece, colpo di scena!
Il 2003, se ricordate, fu un anno particolarmente caldo, il che mi spinse a trasferirmi, sin dai primi di luglio, nel paese natale di mia madre, in Alta Irpinia, dove in estate si gode notoriamente di frescura ed aria buona. Benché, durante l’attesa, fossi sempre stata restia ad effettuare troppe visite ed ecografie, mi toccava, tuttavia, l’ultimo controllo prima del parto. Eravamo ad agosto e rientrare a Napoli sarebbe stato come passare in un forno crematorio. Significava davvero chiedere troppo a me e alla piccolina! Decisi, allora, di fare un salto all’ospedale del paese e, con mia grande sorpresa, trovai un ambiente efficiente ed accogliente, dove potei effettuare l’ecografia di controllo senza file e lungaggini burocratiche. Il primario, il dott. Eugenio, mi conquistò con il suo fare deciso ed affabile, sicché, su due piedi, senza pensarci su troppo, gli chiesi se potevo partorire con lui. Egli accettò senza alcuna riserva e ciò che, fino ad allora, mi era parso naturale, a quel punto, mi sembrò anche semplice!