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giovedì 5 maggio 2011

L'erba del vicino non sempre è più verde...

'A gallina fa ll'ove, e a' 'o gallo l'abbruccia 'o culo
(La gallina fa l'uovo, ed al gallo brucia il deretano –della serie “Chi fatica, lo fa in silenzio e chi non fa nulla, si lamenta"-)

Che ridere! Questo è uno dei proverbi napoletani che preferisco, soprattutto per la sua capacità descrittiva e la sua portata umoristica. Peccato per i non partenopei, che non possono apprezzare appieno la ricchezza di sfumature di questa bellissima lingua, la sua ironia, la sua musicalità.
In aggiunta, la mia predilezione per questo motto ha radici di carattere affettivo, in quanto era uno degli intercalare tipici di Babbo Diego, che, come avrete intuito, non disdegnava la saggezza popolare quando doveva esprimere il suo pensiero! Tuttavia, per chi non lo ha conosciuto è difficile capire come egli, con la sua personalità genuinamente partenopea, sapesse infondere a quei proverbi un’incisività e una carica emotiva maggiore, se possibile, di quelle proprie, in maniera connaturale, della lingua napoletana. In altre parole, quando si trovava a commentare una circostanza o ad esprimere un parere, lo faceva non solo scegliendo il motto che calzava a pennello per l’occasione, ma coloriva le sue parole con l’inflessione e il timbro di voce appropriati e con una mimica facciale così eloquente da sopperire a mille parole non dette.
A distanza di tantissimi anni, ricordo sempre con grande ilarità una scena finemente commentata da Babbo Diego ed avente come protagonista un mio compagno del liceo, Enzo. Egli, come me, era un infiltrato nel quartiere Vomero, sede della nostra scuola, poiché io abitavo nel vicino rione dei Colli Aminei e lui, addirittura, a Marano, un Comune dell’hinterland napoletano. La relativa distanza da casa mi obbligava ad utilizzare i trasporti pubblici, ma, alle volte, mio padre, recandosi a lavoro, mi dava un passaggio in macchina, consentendomi di arrivare a scuola con largo anticipo. In una di quelle occasioni, io e Babbo Diego ci stavamo intrattenendo in macchina per ammazzare il tempo, in attesa dell’apertura dell’edificio scolastico. Era una bigia giornata di inverno, una di quelle giornate in cui nulla avrebbe invogliato ad alzarsi dal letto tiepido e confortevole. Ad un tratto, tra i leggeri vapori della foschia, vedemmo apparire all’orizzonte una figura che avanzava incerta, in stato di semi-incoscienza: era Enzo, che, per i suddetti motivi, doveva ancora realizzare di trovarsi presso il Liceo Galileo Galilei, quartiere Vomero, Napoli, Italia. Se al grigiore del tempo aggiungete la levataccia che tutte le sante mattine era imposta al poverino affinché arrivasse in orario a scuola dalla non vicina Marano, sarete disposti a giustificare con maggiore indulgenza il suo stato! Ebbene, come commentò Babbo Diego la vista dello spaesato ragazzo, che, palesemente, era con il pensiero ancora disteso nel suo morbido giaciglio? Me pare Pulecenella spaurato d' 'e maruzze (traduco: Mi sembra Pulcinella spaventato dalle lumache). E non aggiungo altro!
Ciò detto, riprendiamo il bandolo della matassa!
Dal 2009 in poi, la nuova vita in paese fu praticamente in discesa, visto che tutte le urgenze (quella della casa più ampia, della tata, dell’adattamento dei bambini) erano, ormai, ampiamente e felicemente superate. Il tempo del rientro a lavoro era (relativamente!) lontano, in quanto avevo ancora a disposizione tutto l’anno per esaurire i permessi e le aspettative che la legge mi concedeva. La chiamata alle armi era, dunque, prevista per il 4 gennaio 2010!
In attesa di rientrare a lavoro, sentivo fortissima l’esigenza di riprendere le mie abitudini e, per quanto possibile, di coltivare nuovamente le mie passioni. Ciò di cui avvertivo maggiormente la necessità era il movimento fisico, per cui mi misi alla ricerca di una palestra presso la quale iscrivermi. Memore delle esperienze passate, che per oltre vent’anni mi avevano riservato solo una serie di scantinati elevati a pseudo-centri sportivi, mi aspettavo di trovare altrettanto in zona, soprattutto in considerazione del fatto che stiamo parlando di paesini di montagna, il cui numero di abitanti a stento rasenta l’affollamento di una decina di grandi condomìni napoletani messi insieme! E, invece, con mia grande sorpresa, in una località ad una manciata di chilometri da qui, Lioni, esiste la struttura dedicata al fitness e al benessere più incredibile che si possa immaginare. Per la prima volta nella mia vita di sportiva non professionista, avevo l’opportunità di frequentare una palestra pensata sin dalle origini come tale e non come qualcosa destinato ad un utilizzo del tutto diverso. La struttura, a quattro livelli e di modernissima concezione, è stata, infatti, progettata appositamente per accogliere un centro benessere. Pertanto, il livello inferiore è destinato alla sala attrezzi, allestita con macchinari di ultimissima generazione, il successivo ospita la reception, il bar e un ambiente ampio ed arioso concepito per i molteplici corsi e discipline che la palestra prevede, quindi, a salire, si incontra il salone di bellezza e, infine, l’ultimo livello accoglie il centro estetico, dove è possibile usufruire di qualunque tipo di trattamento, ma, in particolare, di uno strepitoso bagno turco, che, abbinato alla cosiddetta doccia emozionale, ossia un ciclo di tre docce fredde, ciascuna caratterizzata da getti d’acqua e profumazioni diverse, potrebbe resuscitare anche un morto!
Ma, sopra ogni cosa, ciò che ha conquistato un animo sensibile al bello come il fragranze di ciascun ambiente, il gusto lineare ed elegante degli arredi, la pulizia che rasenta la perfezione. Insomma, una favola! In suo onore ho addirittura rivisitato un famoso proverbio, che ora recita così: L’erba del vicino non sempre è più verde… Se capitate da queste parti, andate a dare un’occhiata e credo che non potrete smentirmi. Il nome? Anche quello è tutto un programma: Explora!


sabato 12 marzo 2011

E spinning sia!

Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle

Il proverbio di oggi è un omaggio alla saggezza antica, quella dei nostri avi e della nostra cultura contadina. In un tempo neanche troppo lontano, quando ancora non esistevano i satelliti, i media, internet e altri prodigi (o diavolerie, dipende dal punto di vista!) della moderna tecnologia, i nostri progenitori si affidavano all’osservazione dei fenomeni naturali per cadenzare le loro attività quotidiane. Ogni aspetto della loro esistenza rispecchiava il lento scorrere ed alternarsi delle stagioni che, attraverso segnali ben precisi, permetteva loro di pianificare l’organizzazione domestica. In questo modo, essi non si trovavano mai impreparati anche di fronte ad eventi imprevisti, anzi, rispettando i ritmi proposti dalla natura, conducevano una vita sana e dignitosa, che, oggigiorno, solo una valutazione superficiale può considerare miserabile e poco evoluta.
Mi ha fatto molto sorridere la notizia letta da varie fonti secondo cui i cittadini, soprattutto delle metropoli iperinquinate, si stanno attrezzando per creare una sorta di orto sui propri terrazzi, allo scopo di poter affermare con soddisfazione che anche loro hanno sane radici contadine! Ho sorriso con amarezza ed incredulità a questa novità non perché non apprezzi lo sforzo, entro le possibilità che sono concesse, di ritornare alle ancestrali origini, ma piuttosto perché l’uomo moderno ha smarrito del tutto l’istintiva simbiosi con la natura, e, con essa, anche la propria capacità di orientamento razionale nel dedalo della vita.
E adesso, dopo il proverbio, passiamo come sempre alla parte che più attendete, la narrazione delle mie gesta!
Il rientro a Napoli non aveva modificato la mia sana abitudine di praticare sistematicamente una qualche disciplina sportiva. Purtroppo, la città partenopea, o almeno il quartiere in cui risiedevo, non si prestava al jogging, soprattutto a causa del costante traffico che ne intasava le strade e della lontananza da strutture sportive adeguate allo scopo. Dovetti, pertanto, ripiegare sull’iscrizione in palestra. Ne cambiai due o tre in brevissimo tempo, in quanto, immancabilmente, rimanevo delusa dalla struttura in cui erano ubicate. Se vi chiedessi come immaginereste la vostra palestra ideale, sicuramente la logica e il buon senso vi condurrebbero alle seguenti conclusioni: luminosa, arieggiata, pulita, ampia, moderna. E, allora, mi chiedo perché tutte le palestre che ho frequentato, e non solo a Napoli, erano interrate, prive di luce naturale, di aria, obsolete e spesso anche igienicamente trascurate!
Alla fine approdai in un quartiere non proprio d’élite, anzi piuttosto in periferia, ma la struttura che visitai mi convinse in pieno: aveva tutta le caratteristiche minime richieste, anche se la sala attrezzi era un po’ piccola.
Tuttavia, poiché l’allenamento anaerobico finì con l’annoiarmi, decisi di provare una lezione di spinning, ossia di ciclismo al chiuso su bicicletta fissa. La bellezza di questo sport sta nel fatto che esso viene praticato con l’ausilio di un sottofondo musicale che accompagna di momento in momento la pedalata. La lezione, inoltre, si svolge in gruppo, sotto la guida di un istruttore che impartisce i ritmi di pedalata.
Anche se non poteva essere paragonato alla corsa attraverso la meravigliosa campagna toscana, lo spinning fu, tuttavia, in grado di regalarmi delle emozioni irripetibili, soprattutto grazie alla bravura dell’istruttore e alla scelta sapiente delle musiche che, di volta in volta, accompagnavano la lezione.
Lo sport, è risaputo, oltre che essere un allenamento fisico, rappresenta soprattutto una disciplina per la mente. Permette, man mano che la resistenza fisica si tempra, di porsi un nuovo limite da raggiungere e superare e, in quell’atto, oltre che fortificare il nostro corpo, alimentiamo anche il nostro spirito. La personale soddisfazione di aver fatto un passo in più rispetto al giorno precedente è come un buon brodo caldo per l’anima: ci rinfranca e ci infonde una sensazione di benessere e pienezza.
Allo stesso modo, lo spinning, oltre a costituire un allenamento durissimo ed impegnativo per il corpo, era al tempo stesso un'esplorazione dolce ed agile per la mente. Lo sforzo sopportato nelle pedalate era alleggerito dal meraviglioso viaggio dell’anima, che, presa per mano dalla musica, si sollevava sul fluire delle note in un volo alto, fuori dal tempo e dallo spazio. Si aveva davvero la sensazione di pedalare laddove si desiderava, attraverso campi verdi baciati dal sole e cullati dal vento, o lungo la riva del mare ritmicamente inondata dalla frescura degli spruzzi salati.
Una viaggiatrice anomala come me non poteva chiedere di meglio. E allora, benvenuto spinning!