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mercoledì 11 maggio 2011

'Na tazzulella 'e cafè

Al povero mancano tante cose, all'avaro tutte

Avete mai pensato a che brutta malattia sia l’avarizia? Anzi, più che una malattia, la definirei una vera e propria prigione in cui lo spilorcio involontariamente si rinchiude, senza rendersi conto, pertanto, che la prima vittima del suo deplorevole comportamento è innanzitutto se stesso. L’attaccamento al denaro oltre ogni ragionevole motivazione fanno dell’avaro una persona odiosa, a tratti insopportabile, in quanto egli condiziona anche la libertà delle persone che gli sono intorno, negando loro la sua partecipazione a qualsiasi tipo di iniziativa che comporti un’uscita finanziaria.
Oltretutto, vivere con un soggetto del genere deve essere quanto meno opprimente, poiché si ha verosimilmente la sensazione che qualunque cosa si faccia, anche la spesa al supermercato, venga vagliata minuziosamente dall’occhio attento e dalla mano tirata del terribile ‘mastino’.
Fortunatamente, in casa non ho mai avuto esempi di tirchieria, anzi, tutt’altro.
Mio padre aveva un rapporto con il denaro che mi è sempre piaciuto, sin da quando ho maturato la capacità di originare valutazioni personali. Non era uno spendaccione, ma, probabilmente per esorcizzare la fame e le privazioni che aveva sofferto in tempo di guerra, gli piaceva rifornire periodicamente la casa di scorte di cibo, detersivi, prodotti per l’igiene personale e suppellettili varie che avrebbero potuto far fronte alle esigenze di una truppa di stanza all’estero. Amava, inoltre, essere sempre alla moda ed era attratto dalla tecnologia (pur capendone ben poco!), motivo per cui si circondava di tutte le novità appena divenivano reperibili sul mercato. Tuttavia, spesso utilizzava il denaro anche per aiutare gli altri: ricordo quando acquistò da un amico in difficoltà un intero corso di inglese, con annesse videocassette, di cui, ovviamente, non fece mai uso, o di tutte le volte che sosteneva la famiglia allargata quando le circostanze lo richiedevano. Era una persona solare, di gran cuore, a cui piaceva fare del bene disinteressatamente. Insomma, per lui i soldi erano un mezzo e non il fine.
Guardate, invece, fino a quale punto può spingere la venerazione per il Dio Denaro! Ho scelto per voi un paio di spezzoni tratti dal film del 1950 47 morto che parla, interpretato dall’impareggiabile Totò. Ancora oggi, usiamo in tono scherzoso l’intercalare tipico dell’avarissimo barone Antonio Peletti (Totò), ossia il famoso E io pago!


 


E adesso, dopo aver sbirciato nelle vicende del barone Peletti, torniamo a quelle della bancaria per caso!
Il 2010 si aprì nella più allegra spensieratezza, visto che avevo ancora sei mesi di libertà dinanzi a me, prima di dover rientrare a lavoro. Quello spiraglio di tempo, non so perché, mi pareva un’eternità: mi sentivo sicura, gioiosa, capace di conquistare il mondo. Eppure, quei giorni, uno dopo l’altro, sarebbero inevitabilmente passati e, a quel punto, mi sarei trovata davvero davanti ad un bivio inevitabile. Ma, nel frattempo, non volevo pensarci. Mi sembrava di essere un po’ come Pinocchio nel Paese dei Balocchi, animata com’ero da un sano spirito epicureo misto ad una buona dose di incoscienza. Decisi che, avendo ancora del tempo libero, lo avrei impiegato in cose che mi appassionassero o, più semplicemente, mi sarei goduta la vita nel suo scorrere quotidiano, fatto di cose e di gesti piccoli, ma irrinunciabili. Per esempio, avete mai pensato a quanto sia bello al mattino, quando i bimbi ancora dormono, poter assaporare in tutta calma una tazzina di caffè, inebriati dall’aroma dei suoi vapori? E poter godere di quella breve, ma intensa parentesi senza il pensiero assillante di dover fare in fretta, in fretta, in fretta, perché dopo poco bisogna uscire di casa ed andare a lavoro? Vi assicuro che una sensazione del genere è impagabile, in quanto ti fa sentire davvero libera, non solo come persona fisica, ma soprattutto come spirito. Perché, vedete, amici carissimi, che ci crediate o no, ciascuno di noi è un capolavoro, unico al mondo. La nostra unicità è, per l’appunto, il risultato del nostro intricato, misterioso, affascinante mondo interiore, che va coccolato e coltivato senza frenesia. ‘Na tazzulella ‘e cafè al mattino, sorseggiata con le giuste pause e con la consapevolezza di vivere un momento sacro ed intoccabile, è il modo migliore per cominciare ogni giorno queste pratiche rinvigorenti per l’anima.
E voi, che marca di caffè usate? 



giovedì 5 maggio 2011

L'erba del vicino non sempre è più verde...

'A gallina fa ll'ove, e a' 'o gallo l'abbruccia 'o culo
(La gallina fa l'uovo, ed al gallo brucia il deretano –della serie “Chi fatica, lo fa in silenzio e chi non fa nulla, si lamenta"-)

Che ridere! Questo è uno dei proverbi napoletani che preferisco, soprattutto per la sua capacità descrittiva e la sua portata umoristica. Peccato per i non partenopei, che non possono apprezzare appieno la ricchezza di sfumature di questa bellissima lingua, la sua ironia, la sua musicalità.
In aggiunta, la mia predilezione per questo motto ha radici di carattere affettivo, in quanto era uno degli intercalare tipici di Babbo Diego, che, come avrete intuito, non disdegnava la saggezza popolare quando doveva esprimere il suo pensiero! Tuttavia, per chi non lo ha conosciuto è difficile capire come egli, con la sua personalità genuinamente partenopea, sapesse infondere a quei proverbi un’incisività e una carica emotiva maggiore, se possibile, di quelle proprie, in maniera connaturale, della lingua napoletana. In altre parole, quando si trovava a commentare una circostanza o ad esprimere un parere, lo faceva non solo scegliendo il motto che calzava a pennello per l’occasione, ma coloriva le sue parole con l’inflessione e il timbro di voce appropriati e con una mimica facciale così eloquente da sopperire a mille parole non dette.
A distanza di tantissimi anni, ricordo sempre con grande ilarità una scena finemente commentata da Babbo Diego ed avente come protagonista un mio compagno del liceo, Enzo. Egli, come me, era un infiltrato nel quartiere Vomero, sede della nostra scuola, poiché io abitavo nel vicino rione dei Colli Aminei e lui, addirittura, a Marano, un Comune dell’hinterland napoletano. La relativa distanza da casa mi obbligava ad utilizzare i trasporti pubblici, ma, alle volte, mio padre, recandosi a lavoro, mi dava un passaggio in macchina, consentendomi di arrivare a scuola con largo anticipo. In una di quelle occasioni, io e Babbo Diego ci stavamo intrattenendo in macchina per ammazzare il tempo, in attesa dell’apertura dell’edificio scolastico. Era una bigia giornata di inverno, una di quelle giornate in cui nulla avrebbe invogliato ad alzarsi dal letto tiepido e confortevole. Ad un tratto, tra i leggeri vapori della foschia, vedemmo apparire all’orizzonte una figura che avanzava incerta, in stato di semi-incoscienza: era Enzo, che, per i suddetti motivi, doveva ancora realizzare di trovarsi presso il Liceo Galileo Galilei, quartiere Vomero, Napoli, Italia. Se al grigiore del tempo aggiungete la levataccia che tutte le sante mattine era imposta al poverino affinché arrivasse in orario a scuola dalla non vicina Marano, sarete disposti a giustificare con maggiore indulgenza il suo stato! Ebbene, come commentò Babbo Diego la vista dello spaesato ragazzo, che, palesemente, era con il pensiero ancora disteso nel suo morbido giaciglio? Me pare Pulecenella spaurato d' 'e maruzze (traduco: Mi sembra Pulcinella spaventato dalle lumache). E non aggiungo altro!
Ciò detto, riprendiamo il bandolo della matassa!
Dal 2009 in poi, la nuova vita in paese fu praticamente in discesa, visto che tutte le urgenze (quella della casa più ampia, della tata, dell’adattamento dei bambini) erano, ormai, ampiamente e felicemente superate. Il tempo del rientro a lavoro era (relativamente!) lontano, in quanto avevo ancora a disposizione tutto l’anno per esaurire i permessi e le aspettative che la legge mi concedeva. La chiamata alle armi era, dunque, prevista per il 4 gennaio 2010!
In attesa di rientrare a lavoro, sentivo fortissima l’esigenza di riprendere le mie abitudini e, per quanto possibile, di coltivare nuovamente le mie passioni. Ciò di cui avvertivo maggiormente la necessità era il movimento fisico, per cui mi misi alla ricerca di una palestra presso la quale iscrivermi. Memore delle esperienze passate, che per oltre vent’anni mi avevano riservato solo una serie di scantinati elevati a pseudo-centri sportivi, mi aspettavo di trovare altrettanto in zona, soprattutto in considerazione del fatto che stiamo parlando di paesini di montagna, il cui numero di abitanti a stento rasenta l’affollamento di una decina di grandi condomìni napoletani messi insieme! E, invece, con mia grande sorpresa, in una località ad una manciata di chilometri da qui, Lioni, esiste la struttura dedicata al fitness e al benessere più incredibile che si possa immaginare. Per la prima volta nella mia vita di sportiva non professionista, avevo l’opportunità di frequentare una palestra pensata sin dalle origini come tale e non come qualcosa destinato ad un utilizzo del tutto diverso. La struttura, a quattro livelli e di modernissima concezione, è stata, infatti, progettata appositamente per accogliere un centro benessere. Pertanto, il livello inferiore è destinato alla sala attrezzi, allestita con macchinari di ultimissima generazione, il successivo ospita la reception, il bar e un ambiente ampio ed arioso concepito per i molteplici corsi e discipline che la palestra prevede, quindi, a salire, si incontra il salone di bellezza e, infine, l’ultimo livello accoglie il centro estetico, dove è possibile usufruire di qualunque tipo di trattamento, ma, in particolare, di uno strepitoso bagno turco, che, abbinato alla cosiddetta doccia emozionale, ossia un ciclo di tre docce fredde, ciascuna caratterizzata da getti d’acqua e profumazioni diverse, potrebbe resuscitare anche un morto!
Ma, sopra ogni cosa, ciò che ha conquistato un animo sensibile al bello come il fragranze di ciascun ambiente, il gusto lineare ed elegante degli arredi, la pulizia che rasenta la perfezione. Insomma, una favola! In suo onore ho addirittura rivisitato un famoso proverbio, che ora recita così: L’erba del vicino non sempre è più verde… Se capitate da queste parti, andate a dare un’occhiata e credo che non potrete smentirmi. Il nome? Anche quello è tutto un programma: Explora!


martedì 5 aprile 2011

Una fugace luna di miele!

'A gatta, pe' ghì 'e pressa, facette 'e figlie cecate
(A causa della fretta, la gatta partorì dei cuccioli ciechi)

Il proverbio odierno potrebbe essere tradotto in italiano affermando che la fretta è cattiva consigliera e, pertanto, non sempre produce i risultati desiderati.
Indubbiamente, quando parliamo di fretta non ci riferiamo alla presenza di spirito o alla prontezza di riflessi, che pure sono sinonimo di rapidità ma in senso positivo, ossia evidenziano la capacità di un individuo di fronteggiare prontamente un imprevisto o una difficoltà. Viceversa, la fretta è l’impazienza che ci prende nel fare le cose e che non sempre siamo in grado di controllare. Ne consegue che, nella maggioranza dei casi, essa genera imprecisioni e sbavature, e, quanto più tentiamo di recuperare terreno, tanto più tendiamo a collezionare errori su errori, non facendo altro che peggiorare la situazione.
A dimostrazione di quanto questa regola funzioni sistematicamente, vi racconto un episodio occorsomi quando ero poco più che diciottenne. A quell’età, sotto la supervisione di mio padre, che, se ricordate, era un provetto automobilista, imparai a guidare la macchina: le lezioni pratiche mi vennero impartite con tutti i crismi e, quindi, alla fine, Babbo Diego poté affermare con orgoglio di aver fatto un ottimo lavoro. Ero, dunque, pronta per l’esame di guida da privatista. Come tutti saprete, la prova al volante era preceduta dai quiz teorici, che erano stati fissati di mattina. Poiché mio padre era impegnato al lavoro e mia madre non guida, mia sorella Daniela, sfornata qualche anno prima dalla premiata scuola guida Diego Planeta, si offrì di accompagnarmi con la macchina. Dal nostro quartiere, posto in zona collinare, dovevamo raggiungere la Motorizzazione Civile, nei pressi del porto di Napoli, un vero e proprio viaggio, quindi, tenuto conto del traffico!
Ci avviammo di tutta fretta da casa, imbarcandoci sulla indimenticabile Fiat 126 turchese che mio padre aveva regalato a Daniela. Ma, a metà strada, mi accorsi che, nella concitazione dei preparativi, avevo dimenticato il documento di riconoscimento. Pertanto, fummo costrette a fare retromarcia, allo scopo di recuperare l’indispensabile. Cercavamo di velocizzare i tempi il più possibile, ma il risultato era unicamente un’agitazione crescente che ci impediva di ragionare con lucidità.
Rimediato il documento personale, a velocità supersonica saltai nuovamente nel ‘bolide’, diretta alla meta. Daniela, se avesse potuto, avrebbe accelerato la 126 anche con la spinta dei piedi, ma più di 80/90 Km orari sulla Tangenziale di Napoli non si poteva pretendere!
Arrivammo alla Motorizzazione sul filo di lana, tutte affannate e congestionate. Stranamente, l’aula destinata alla prova scritta era ancora vuota, sicché ci accomodammo nella sala d’attesa, tentando di recuperare un po’ di fiato. I minuti passavano e non accadeva nulla. Improvvisamente la porta dell’aula accanto si spalancò e venne fuori una fiumana di persone che aveva appena terminato i quiz! Io e Daniela ci guardammo con aria interrogativa: cos’era successo?
Nella fretta, non avevamo realizzato che, sul foglio di convocazione, l’aula indicata per l’esame era la n° 1 e noi, invece, stavamo beatamente (e beotamente!) aspettando davanti alla n° 2. Non occorre specificare che la mia prova scritta slittò alla sessione successiva!
E adesso a noi! Vi avevo lasciati al 5 ottobre 2002, data in cui ebbe luogo il matrimonio mio e di Alessandro, felicemente conclusosi nonostante le molteplici peripezie. Se quel giorno fu piovoso come pochi, il successivo fu, invece, caratterizzato da un sole che ‘spaccava le pietre’! Era il giorno designato per l’inizio del viaggio di nozze! Ebbene sì, decidemmo di partire subito, senza perdere neanche un minuto, visto che il tempo concessomi per la luna di miele era appena di… quaranta giorni! Avete capito bene: non quindici o venti come solitamente avviene, ma il doppio, grazie al mio grande capoufficio Ermanno, che avete conosciuto nel post omonimo, e che, conformemente al suo stile, accolse la mia sfrontata richiesta senza minimamente scomporsi, rassicurandomi sul fatto che sarebbero sopravvissuti anche senza di me!
La meta prescelta furono gli Stati Uniti coast to coast, da New York a San Francisco, passando per la Florida, la Georgia, il Tennessee, la Louisiana, il New Mexico, l’Arizona, il Nevada e, infine, la California. Ma per i dettagli della honeymoon, vi rimando al prossimo post!

giovedì 17 marzo 2011

La curiosità è femmina

Ogni promessa è debito

Mio padre mi ha insegnato che nella vita la parola data conta più di qualunque contratto scritto. Quando lui dava una stretta di mano, cascasse il mondo, manteneva sempre l’impegno preso o la promessa fatta. Eppure, da bambino, era cresciuto per strada, in un quartiere prossimo al porto di Napoli, denominato, per l’appunto, Porto, e, quindi, conosceva bene tutti gli espedienti, più o meno leciti, per sopravvivere in un periodo di fame e di guerra. Ricordo sempre con molta commozione ed ammirazione un episodio che più volte mi ha narrato, in cui fu protagonista di una vicenda che, oggigiorno, ai nostri occhi apparirebbe inverosimile, abituati come siamo all’abbondanza e, talvolta, allo spreco. Essendo il secondo di sette figli, nonché il primo dei maschi, veniva spesso responsabilizzato nei confronti dei fratelli e sorelle minori. Nonno Alberto, ufficiale nell’esercito, aveva impartito una disciplina molto rigida ai figli, trasmettendo soprattutto a Babbo Diego un radicato senso dell’onore e della responsabilità.
In un giorno molto piovoso, Nonna Anna diede a mio padre il denaro contato per comprare una pagnotta, con la quale ella avrebbe provveduto a sfamare (almeno in parte!) la sua nutrita nidiata. A quell’epoca, mio padre era poco più di un ragazzo. Acquistato il pane, egli tentò di preservarlo dalla pioggia battente stringendolo tra il braccio e il fianco, ma, poiché, era a sua volta tutto inzuppato, pensò di accelerare il rientro a casa aggrappandosi alla parte posteriore di un tram in corsa. Ma ecco che, in quell’atto, allentò la presa e la pagnotta finì rovinosamente sul selciato, centrando in pieno una profonda pozzanghera. A quella vista, il ragazzo si lanciò prontamente dal tram ed andò trafelato a recuperare il pezzo di pane: quello doveva essere il pranzo per sé ed i suoi fratelli! Purtroppo, il prezioso bagaglio aveva perso tutta la sua fragranza, trasformandosi in un ammasso molliccio. Eppure, Babbo Diego, a cui la strada aveva insegnato la rapidità di pensiero ed azione, non si perse d’animo neanche in quell’occasione: prese il pezzo di pane, lo strizzò ben bene alla stregua di un cencio appena lavato, e, come se nulla fosse successo, riprese la strada di casa.
Dopotutto, aveva rispettato il suo impegno, e quel giorno, a tavola, nessuno ebbe alcunché da ridire!
E adesso, punto e a capo.
Eravamo rimasti al casuale ritrovamento di un pezzetto della mia adolescenza, ossia al riallacciamento dei contatti con un mio compagno del liceo in circostanze del tutto fortuite.
Udire la sua voce al telefono, a distanza di tanti anni, mi riportò istantaneamente indietro nel tempo, inondandomi dolcemente di una sensazione calda ed avvolgente. Avevo la percezione, se non la certezza, che, nonostante il tempo, la distanza e le diverse esperienze vissute, un filo invisibile, estendibile a piacere e, soprattutto, tenace e resistente più dell’acciaio, avesse continuato a tenere in vita un qualche legame tra di noi. Ne era prova l’intesa schietta che si era sin da subito instaurata nella nostra interazione.
Poiché egli era impegnato, non potemmo discorrere a lungo, sicché ci salutammo con la promessa di mantenerci in contatto. Non posso affermare con certezza se la seconda telefonata fu una mia o una sua iniziativa. Ricordo solo che, quando ci risentimmo, speravo che lui mi invitasse per un caffè, un aperitivo, una pizza, una cena, insomma qualsiasi cosa che mi permettesse di rivederlo. Ero troppo curiosa di capire cosa avesse generato una trasformazione così radicale (e in positivo!) nel suo modo di fare e di parlare. E, si sa, la curiosità è femmina…
Attesi per tutta la durata della conversazione telefonica, ma niente da fare! Il tipo manteneva fermamente la sua posizione, per cui l’unica mossa possibile fu l’attacco frontale: senza girarci troppo attorno, gli proposi di incontrarci, e indovinate un po’ la sua risposta? Non fu né un sì né un no. Si limitò a prendere tempo, forse perché aveva intuito di andare incontro ad un oggetto non ben identificato, ma di sicuro pericoloso e difficilmente aggirabile. Non sapeva, però, di avere difronte la perseveranza fatta persona…

lunedì 7 marzo 2011

"Male che vada, hai sempre te stessa!"

E’ ghiuta a fernì 'a carne 'a sotto e 'e maccarune 'ncoppa
(E’ finita la carne sotto e la pasta sopra)

Questo è un altro dei proverbi napoletani che mi è molto caro, per un duplice ordine di motivi. In primo luogo, forse più di altri modi di dire partenopei, ha la capacità di racchiudere in poche parole un'immediatezza e un'incisività di significato che la lingua italiana difficilmente riesce a rendere. Nel caso specifico, il proverbio odierno è un’esclamazione cui si ricorre quando qualcuno fa le cose alla rovescia o quando degli accadimenti avvengono in maniera inconsueta, come se, per l’appunto, anziché mettere il ragù sulla pasta, facessimo il contrario. Ma, indubbiamente, come sarà facile constatare anche per i non partenopei, il napoletano rende l’idea cento volte di più di quanto faccia l’italiano. E’ come se una Ferrari gareggiasse con una Fiat 500… pur volendo concedere alla seconda un buon margine di vantaggio, non c’è assolutamente storia!
Il secondo motivo, secondo solo per enunciazione, ma non certo per rilevanza, consiste nel fatto che questo proverbio era un tipico intercalare di Babbo Diego, cui egli si appellava allorquando voleva sottolineare, in maniera caustica, l’incapacità di qualcuno a fare qualcosa, o, meglio, la sua capacità a farla, ma in modo sbagliato. Tuttavia, la sua critica, rivolta, in ogni caso in maniera bonaria, non era mai fine a se stessa, ma rappresentava lo spunto per prendere rapidamente in mano la situazione e rimettere subito le cose a posto. Mio padre era, come si suol dire, un tipo frettello, ossia non gradiva lasciare le cose a metà, soprattutto se fatte male. Pertanto, anche non essendo il responsabile del misfatto, non vedeva l’ora di vestire i panni da Superman e risolvere la situazione in quattro e quattr’otto. L’errore altrui passava in secondo piano: il massimo della sottolineatura da parte sua era il ricorso al proverbio odierno. Ciò che veramente gli premeva era sistemare tutto il più velocemente possibile. A volte, era così rapido che noi altri ci accorgevamo di quanto era successo solo a cose già fatte!
E adesso a noi! Ci eravamo lasciati con Il ciclone che (mai titolo fu più appropriato!) aveva spazzato via in pochi secondi l’equilibrio faticosamente, ma illusoriamente, conseguito dopo svariati mesi di permanenza napoletana. Era bastato uno scorcio di campagna toscana per far riaffiorare in tutta la sua inclemenza la lacerazione conseguente al distacco da Siena.
Stenterete a crederlo, soprattutto per chi mi conosce, ma seguirono giorni di pura disperazione: il graduale processo di accettazione dell’accaduto mi aveva domata solo apparentemente. In realtà, dentro di me era un tumulto di sensazioni travolgenti che disordinatamente si accavallavano l’una all’altra senza trovare via d’uscita. Il moto di ribellione della mia anima, intrappolata negli ingranaggi del lavoro e in una città che non sentivo più mia, faceva a cazzotti con il senso di impotenza e di rassegnazione, che, se possibile, mi stizziva ancor più dell’insofferenza, essendo totalmente refrattaria all’idea di essere controllata da una circostanza esterna, piuttosto che controllarla. Insomma, ero diventata succube di una situazione che mi stava troppo stretta e che, per giunta, mi ero tessuta da sola, incrociandone caparbiamente la trama con l’ordito. Mi divincolavo come un animale ferito in gabbia, ma ogni mio sforzo era vanificato dall’impossibilità di tirarmi fuori dalla mia prigionia.
Alla fine, quando il mio umore ebbe toccato il fondo, mi diedi una bella scrollata e mi feci coraggio con il mio solito motto: Male che vada, hai sempre te stessa! Sapevo che era un palliativo, ma volevo e dovevo essere fiduciosa nelle sorprese che il futuro aveva in serbo per me. Decisi di dare una sferzata a questo stato di autocommiserazione che mal tolleravo assegnandomi un nuovo, arduo compito: quello di cercare casa per conto mio! Fino ad allora mi ero appoggiata da mia madre che, essendo sola, era ben felice di avermi con sé, peraltro in un appartamento sufficientemente spazioso. Tuttavia, avendo percepito lo stato di disagio in cui versavo, fu la prima ad incoraggiarmi nella ricerca di una nuova sistemazione. Pensava (e, a dire il vero, lo pensavo anche io!) che se avessi ricreato una sorta di rifugio simile, in qualche modo, alla casetta di Siena, forse avrei trovato un po’ di lenimento ai patimenti della mia anima.

giovedì 17 febbraio 2011

Benvenuti al Monte dei Paschi di Siena!

Ogne scarpa addiventa scarpone
(Ogni scarpa diventa scarpone)

Questo è un altro dei proverbi a cui Babbo Diego ricorreva spesso quando voleva farmi capire con una metafora che tutto invecchia con il passare del tempo. Mi pare quasi di sentirlo, quando gli stavo dietro per aiutarlo in qualche faccenda domestica. A lui piaceva fare un po’ di tutto: piccola manutenzione, pulire, cucinare… In cucina dava il meglio di sé, nel senso che, oltre ad essere un ottimo cuoco soprattutto nei piatti a base di pesce, quando era ai fornelli esprimeva appieno la sua napoletanità. Spesso gli ero vicina, non tanto perché avesse realmente bisogno di aiuto, ma solo per il piacere di stare con lui, e penso che la cosa fosse reciproca. La mia precisione e amore per il dettaglio non di rado si scontravano con il suo essere simpaticamente arruffone, ma, alla fine, i nostri folcloristici alterchi erano solo un modo per manifestare l’affetto che ci accomunava. Mi ricordo, quando alle prese con la preparazione del piatto di turno, in un tourbillon in crescendo di pentole, padelle, intingoli, aromi, assaggi, aggiunte e riassaggi, improvvisamente, Babbo Diego, tutto compreso nel suo ruolo di chef, mi ordinava: “Silva’, prendimi ‘o fattapposta!”  E vai a capire cos’era il “fatto apposta”! In napoletano, questo termine vuol dire tutto e niente, in quanto si riferisce a quel preciso attrezzo che occorre in quel preciso momento. Sta all’uditore carpire l’intenzione dell’oratore e, quindi, individuare esattamente la cosa richiesta e procurarla. Dunque, se ci pensate bene, l’origine di questo termine non va fatta risalire alla pigrizia del napoletano, secondo me ingiustamente attribuitagli dalle facili etichette, bensì al suo acume, sviluppato a tal punto da voler mettere alla prova l’acume altrui… Di solito, essendo ormai allenata in questo tipo di gara, capivo subito di cosa avesse bisogno mio padre, ma, per non dargli soddisfazione, cominciavo a redarguirlo per la sua imprecisione, in un gioco senza fine. Lui non se la prendeva mai a male, anzi, andava avanti imperturbabile nel suo unico, inimitabile modo di fare…
E adesso torniamo a noi! Nel post precedente il sipario era calato sulla imminente chiamata da parte del Monte dei Paschi di Siena per un posto da operatore di sportello. E, come vi sarà facile intuire dai numerosi indizi lasciati nella narrazione, anche quel giorno arrivò!
L’assunzione prevedeva un periodo di formazione di quattro settimane e, quindi, l’assegnazione ad una filiale che poteva, teoricamente, essere dovunque in Italia, meno che in Toscana! Difatti, l’Ufficio del Personale della Banca MPS ha da sempre adottato la politica di destinare il nuovo dipendente in una Regione diversa da quella di residenza e, poiché io avevo concorso da residente a Siena, stessa sorte sarebbe toccata anche a me!
Tuttavia, avevo ancora qualche giorno di respiro, in quanto la frequenza durante le prime tre settimane era prevista presso il Centro di Formazione di Colle Val d’Elsa, ad una ventina di chilometri da Siena. Durante l’ultima settimana avrei, invece, dovuto spostarmi presso la Capogruppo di riferimento della filiale di assegnazione.
Nonostante fossi molto combattuta per i motivi che, ormai, ben conoscete, decisi, tuttavia, di imbarcarmi in questa impresa forse più grande di me, appigliandomi ad un’unica attenuante: avrei potuto lasciare il lavoro in qualsiasi  momento lo avessi deciso!
Il gruppetto dei neo assunti era formato da una ventina di ragazzi con età compresa tra i venticinque ed i trenta anni, tutti toscani e tutti entusiasti della nuova avventura! L’unica infiltrata ero io, napoletana con lontane origini sicule e veterana della comitiva, con i miei trentuno anni suonati!
Nonostante stessi vivendo quell’esperienza tra mille dubbi e ripensamenti, ricordo il periodo a Colle con grande piacere ed un pizzico di nostalgia, poiché si era creata all’interno del gruppo una comprensibile coesione. Eravamo accomunati dalla spensieratezza, in quanto non ancora oppressi dai ritmi incalzanti delle filiali, e da un destino simile: tutti eravamo alla nostra prima esperienza da lavoratori dipendenti e tutti avremmo dovuto allontanarci da casa!
Le prime tre settimane di formazione volarono. L’allegra brigata stava per dismettere i panni del gitante e si approssimava a vestire quelli ben più seri e compassati del bancario.
L’ultimo giorno a Colle Val d’Elsa sarebbe stata sciolta ogni riserva: ciascuno di noi avrebbe conosciuto la propria destinazione. Benvenuti al Monte dei Paschi di Siena!