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venerdì 22 febbraio 2013

La vostra casa è un regno o una prigione?

Quando mi confronto con altre donne, in particolare se casalinghe, sento spesso ripetere: "Per me la casa è come una prigione. Qualunque pretesto va bene, purché mi permetta di uscire almeno una volta al giorno!"
Questo tipo di affermazione e, soprattutto, l'insoddisfazione che l'accompagna, mi lasciano spesso perplessa e un po' dispiaciuta per la situazione di disagio che queste donne quotidianamente vivono. Istintivamente, sorge in me la domanda: "Perchè le casalinghe si identificano come delle 'sepolte vive', piuttosto che come le regine delle mura domestiche?"
Eppure, la casa non è soltanto il luogo fisico che ci accoglie giorno dopo giorno, offrendoci riparo e ristoro. E’ questo, ma anche molto di più di questo. E’ lo scrigno segreto dell’energia, della vitalità e dell’empatia che tiene insieme la famiglia, è una sorta di tempio in cui si celano e si proteggono con amore e premura gli equilibri domestici, è il luogo dove la casalinga prepara il quotidiano desinare, in un atto che va al di là del semplice sostentamento alimentare, poiché quell’atto racchiude un mondo di significati ben più profondi, che fanno di lei il vero fulcro della casa, la virtù fatta persona che tutti i giorni dispensa la vita ai propri cari.
E voi, cosa ne pensate?







mercoledì 4 maggio 2011

Casa, dolce casa!

Alla candelora dall'inverno semo fora
ovvero
Non esistono più le mezze stagioni

Un tempo i detti popolari relativi ai cicli metereologici e a quelli agresti e vegetativi coincidevano, solitamente, con la realtà, poiché l’osservazione attenta dei fenomeni naturali, ripetuta anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, confermava una certa regolarità e periodicità.
Oggi, viceversa, tutto sembra essere diventato casuale, o, meglio, caotico. Il mondo gira senza una finalità precisa da perseguire, un disegno da realizzare. I singoli vagano nelle loro vite, trascinandosi in ruoli che non sentono propri e narcotizzando il loro malessere con surrogati altamente improbabili della felicità, proposti dalla trasmissione-spazzatura di turno.
Ebbene, anche il tempo meteorologico si è stancato di essere l’unico con un programma ben preciso nella testa: ha deciso di buttare tutto all’aria e di vivere, al pari degli altri, nel caos e nel precario.
E allora? Allora, addio alla primavera con tutti i crismi! Il tempo ci lusinga per uno o due giorni, facendoci credere che essa sia davvero alle porte, seduce le piante in fiore, alletta le nidiate affollate di uccellini affamati, dopodiché, zacchete! ci umilia con un’altra frustata di freddo e pioggia.
E allora? Allora, niente più Candelora -la festa che cade il 2 febbraio e in cui, secondo la tradizione cristiana, si benedicono le candele come simbolo della luce di Cristo per illuminare i popoli- a segnare il passaggio tra l’inverno, inteso come buio e morte, e la primavera, intesa come luce e risveglio.
E allora? Allora, meglio rassegnarci al moderno e malinconico adagio: Non esistono più le mezze stagioni!
E adesso è il momento di puntare nuovamente i riflettori sulle avventure della bancaria per caso!
Ritrovato l’equilibrio nella gestione quotidiana dei bimbi, grazie all’arrivo provvidenziale di Tata Iolanda, si riproponeva più viva che mai l’esigenza di trasferirci in un’abitazione adatta ai nostri bisogni. Ovviamente, come sempre, la buona sorte non tardò a bussare alla mia porta, poiché esattamente a due metri dalla dimora dei nonni materni, poi divenuta di mia madre e dove eravamo provvisoriamente alloggiati, c’era una casa in vendita che sembrava fatta apposta per noi. La costruzione era ancora allo stato grezzo, nel senso che era dotata unicamente della struttura in cemento armato e del tetto. Occorreva, dunque, completarla quasi interamente, ma, tutto sommato, ciò era un vantaggio, visto che avremmo potuto plasmarla secondo le nostre reali esigenze. Occorse circa un anno per completare i lavori, ma, alla fine, il 26 agosto del 2008, giorno dell’onomastico di mio marito, ci trasferimmo nella nuova casa. Era così bello vedere i bambini scorrazzare da un piano all’altro, ebbri di euforia per tutto lo spazio che d’improvviso avevano a disposizione. Diego, intanto, che appena camminava, li guardava divertito, aggrappandosi al primo appiglio a portata di mano. Credo proprio che io e Alessandro abbiamo fatto un bellissimo regalo ai nostri figli, poiché, se provo a calarmi nelle loro percezioni, verosimilmente questa nostra dimora, così particolare per la sua pianta asimmetrica, i suoi angoli nascosti, la sua imprevedibile articolazione, deve apparire loro come una sorta di nave dei pirati o di castello incantato, in cui improvvisare mille avventure.
La casa, come ho più volte ribadito, non è soltanto il luogo fisico che ci accoglie giorno dopo giorno, offrendoci riparo e ristoro. E’ questo, ma anche molto di più di questo. E’ lo scrigno segreto dell’energia, della vitalità e dell’empatia che tiene insieme la famiglia, è una sorta di tempio in cui si celano e si proteggono con amore e premura gli equilibri domestici, è il luogo dove la casalinga prepara il quotidiano desinare, in un atto che va al di là del semplice sostentamento alimentare, poiché quell’atto racchiude un mondo di significati ben più profondi, che fanno di lei il vero fulcro della casa, la virtù fatta persona che tutti i giorni dispensa la vita ai propri cari.
E allora, mi chiedo come mai tutti questi tesori, che dovremmo custodire gelosamente ed alimentare quotidianamente, vengano, invece, via via privati del loro intrinseco valore, al punto che, ormai, le nostre case sono ridotte ad alberghi di terza categoria!


giovedì 21 aprile 2011

Benvenuto Diego Maria!

Casa senza femmena, varca senza timone
(Casa senza donna, barca senza timone)

Oggi tiro l’acqua al mio mulino, nel senso che farò un elogio alla casalinga di ieri, di oggi e di domani e del suo ruolo fondamentale all’interno della famiglia. Badate bene, non sto parlando della centralità della donna, bensì di quella della casalinga.
Ricercando su vari dizionari il significato della parola in questione, vengono fuori le seguenti definizioni:
Donna che si occupa della casa e della famiglia, senza esercitare una professione retribuita
Donna che si dedica esclusivamente alla casa e non svolge altra attività
Eppure, alla voce ‘casa’ leggo:
Luogo che l'uomo costruisce, oppure sceglie o adatta fra quelli che a lui si offrono nell'ambiente naturale, per farne ricovero, stabile o temporaneo, per sé e i suoi, centro della sua vita quotidiana
e, con significato estensivo del termine:
ambiente familiare, famiglia
e, ancora:
stirpe, dinastia, casato
Mettendo assieme i tasselli, i conti non tornano. Non pensate che il significato che illustri dizionari hanno affibbiato al termine ‘casalinga’ sia riduttivo e penalizzante? La donna che si dedica alla casa e alla famiglia viene raffigurata alla stregua di una povera sprovveduta, che si sacrifica giorno dopo giorno per i suoi cari, trascinandosi in ciabatte tra le mura domestiche, senza alcun riconoscimento di tipo economico: insomma una Cenerentola dei tempi moderni!
Ebbene, a quest’immagine che traspare tra le righe, io non ci sto! Se è vero che la casa, in termini materiali, va intesa come luogo adibito a ricovero, è anche vero che, con significato più ampio ma onnicomprensivo, essa rappresenta il fulcro della vita quotidiana della famiglia. Dunque, la casa risponde sicuramente ad un bisogno primario dell’uomo, ossia la ‘tana’ dove rifugiarsi e ristorarsi, ma è, innegabilmente, anche il centro dell’energia e, direi quasi, dell’empatia che agiscono da collante all’interno di una famiglia. Cosa sarebbe essa senza una casa? E cosa sarebbe una casa senza la donna casalinga, intesa nel senso più nobile del termine? Sarebbe simile, come dice bene l’antica saggezza popolare napoletana, ad una barca senza timone.
Dunque, cari i miei cultori di semantica, se volete evitare di risvegliarvi un bel giorno e ritrovarvi alle calcagna un’orda agguerrita di housewives, fareste bene a rivedere in termini più lusinghieri il significato di ‘casalinga’.
E adesso ritorniamo a noi! Dopo Carlo Alberto, io e Alessandro decidemmo che due figli erano troppo pochi (scusate la sgrammaticatura, ma questa dissonanza di parole rende benissimo l’idea!), per cui, anche con una certa velocità, ci portammo a quota tre: un anno ed otto mesi dopo Carlo, vedeva la luce il cadetto Diego Maria. Volete anche in questo caso la spiegazione della scelta del nome? OK, procedo. Diego, per i lettori che mi seguono da poco e che abbiano in arretrato le puntate precedenti, è il nome di mio padre, e, dunque, questo fu il motivo che in primis ci orientò verso quella scelta. In secondo luogo, anche il significato del nome ci convinse: le ipotesi più accreditate ritengono che Diego indichi una persona colta, istruita.
Al nome di mio padre ne volemmo, tuttavia, abbinare un secondo, e la scelta ricadde su Maria, come da lunga tradizione avveniva nella famiglia di Alessandro, dove al primo appellativo di tutti i maschi si accostava, per l’appunto, uno dei nomi più diffuso in Italia ed usato generalmente al femminile. Le origini del nome Maria risalirebbero all’antico Egitto e il suo significato sarebbe, secondo alcuni, ‘amata da Dio’, secondo altri ‘principessa’.
In ebraico, Maria, sulla scorta dell’accezione più autorevole, significherebbe ‘la signora’, dunque la donna per eccellenza. Di conseguenza, penso che anche a Diego Maria, al pari degli altri miei figli, sia toccata una bella sorte: da un lato l’uomo colto, istruito, raziocinante, dall’altro, in fortissima relazione, la parte ‘femminile’, ossia l'anima, la capacità ricettiva, l’intuito e la creatività.
E allora, benvenuto Diego Maria!
Ah! Tanto per rassicurarvi… con i figli mi sono fermata a tre, anche se mi ripeto spesso che non ci sono limiti alla provvidenza!

giovedì 10 marzo 2011

Silvana cerca casa

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare

Anche il proverbio di oggi, al pari degli altri, rispecchia una grande verità: tutti tendiamo ad assecondare e ad imitare le abitudini delle persone a noi più vicine, allo scopo, probabilmente, di renderci bene accetti ai loro occhi o di aumentare l’affinità nei loro confronti. E fin qui nulla da obiettare! Il problema è che spesso, anziché prendere ad esempio le virtù del nostro prossimo, siamo, quasi sempre, maggiormente inclini ad emularne i vizi! Vi siete mai chiesti perché? Personalmente mi sono data la seguente risposta: è molto più comodo per ciascuno di noi, in quanto richiede uno sforzo decisamente minore, accettare passivamente giorno dopo giorno la propria condizione, uniformandosi alla massa in un atteggiamento apatico e rassegnato. Il massimo dei nostri ideali è quello di garantirci quotidianamente una dose massiccia di televisione – spazzatura che, nella migliore delle ipotesi, appiattisce la nostra capacità di pensiero e di libera ed obiettiva valutazione dei fatti. Viceversa, il miglioramento e la crescita personale implicano sempre uno sforzo, in quanto bisogna, innanzitutto, avere il coraggio di riconoscere i propri limiti per, poi, superarli, ma, soprattutto, presa coscienza della propria condizione, occorre passare materialmente all’azione, abbandonando le proprie abitudini, la routine giornaliera e l’area di comfort che ci siamo creati. E vi assicuro che non tutti sono disposti a resettarsi e a rimettersi in gioco.
Vedete, secondo me la vita è come una grande ruota panoramica: se rimani a terra, penserai per sempre che il mondo è tutto lì, ma se hai il coraggio di saltare su e di farti portare fino al punto più alto, si apriranno ai tuoi occhi, alla tua mente e, soprattutto, al tuo cuore universi meravigliosi e fino ad allora inimmaginabili! Quanta fatica ti è costata questa decisione e quanta paura hai dovuto vincere, ma alla fine ne è valsa la pena!
La via più breve spesso è anche la più semplice, ma non è detto che sia la migliore. La rassegnazione, la critica sterile e fine a se stessa, il disfattismo, l’approvazione o l’imitazione di comportamenti improduttivi o, peggio, dannosi rappresentano la via più breve e più semplice per affrontare la vita: basta conformarsi alla massa e lasciarsi trascinare dalla corrente… Ma se veramente vogliamo essere noi a governare la nostra imbarcazione, piuttosto che abbandonarla in balìa delle onde, dobbiamo avere il coraggio di lasciare la ciurma e di promuovere noi stessi a timonieri e capitani. Vi sembra, in finale, un’idea tanto assurda?
E adesso ritorniamo a noi! Per superare il momento non proprio roseo che stavo attraversando, avevo deciso di riversare tutte le mie energie nella ricerca di un appartamentino dove potessi ritrovare la vecchia Silvana. Di lei era rimasto solo un ricordo sbiadito e sfilacciato, ma era mia ferma intenzione restituirle gli splendori che meritava!
Pertanto, ebbe inizio un periodo molto intenso, destinato al sopralluogo di un numero indefinibile di appartamenti. La mia aspirazione era una casetta con vista mare, ma nessuno dei candidati rispondeva all’idea che avevo in mente. O, meglio, un’idea precisa ancora non l’avevo: sapevo di sicuro quello che non volevo e ciò rendeva anche troppo semplice la selezione. Ero, peraltro, sicura che, quando fosse arrivato il momento, sarebbe scoccata la scintilla dell’innamoramento come era già accaduto per la casetta di Siena.
Alla fine, inaspettatamente, optai per una tipologia di appartamento che si allontanava totalmente dalla mia idea iniziale. La scelta ricadde su un bilocale che aveva il suo principale punto di forza nell’ubicazione a pochi metri da casa di mia madre. Non brillava per originalità o peculiarità particolari, ma aveva una cosa in comune con la dimora senese: la vista sulla campagna! Non si trattava propriamente delle colline toscane, ma, tuttavia, era garantito uno scorcio gradevole sull’orto e sul giardino della villetta adiacente. Questo bastò per ricreare una sorta di oasi per la mia anima assetata di pace e di intimità.
Quando, poi, provvidi a farle dare una bella imbiancata e a corredarla dei miei oggetti, delle mie fragranze e dei i miei colori, allora anche lei cominciò a parlarmi di sé e a sussurrarmi dolci parole…